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Quando viene assegnato nome, cognome ed indirizzo del condannato, amico di penna, non si sa mai se la scelta più saggia sia documentarsi in rete sulla sua vita ed i suoi reati oppure iniziare la corrispondenza, senza farsi troppe domande…

Viene chiamato così, il braccio della morte, quella parte di carcere, destinata agli imperdonabili.

Celle di misura inversamente proporzionale alla colpa da espiare.

Detenuti in isolamento e senza risorse, che lo Stato non ha l’interesse di rieducare, ma solamente di punire.

Negli Stati, dove la giurisdizione lo prevede, il braccio della morte è l’anticamera dell’iniezione letale.

I detenuti vi restano anche decine di anni, fino a che non viene annunciata la data della loro morte.

Morte profondamente attesa da alcuni, al punto di chiederla. I più disperati, tentano il suicidio.

“È molto importante verificare che il tuo amico, per la disperazione, non decida di abbandonare le richieste di appello a cui ha diritto, ricusando l’avvocato e chiedendo di essere messo volontariamente in lista per l’esecuzione”, queste alcune tra le tante indicazioni che i volontari della Comunità di Sant’Egidio offrono agli altrettanto volontari che decidono di diventare amici di penna dei condannati a morte oltreoceano.

Ed è così che inizia un’amicizia, fatta di carta, parole, sfoghi, speranza e Vita.

Vita, che, per sua natura, scorre, fluisce, spazza, cancella e crea ed in cui si nasce e si muore più di una volta.

Quando viene assegnato nome, cognome ed indirizzo del condannato, amico di penna, non si sa mai se la scelta più saggia sia documentarsi in rete sulla sua vita ed i suoi reati oppure iniziare la corrispondenza, senza farsi troppe domande. Le ricerche in internet potrebbero provocare cascate di parole pesanti e rivelare storie profondamente tristi.

Ma da dove nascono le parole giuste da dire ad un condannato a morte, quando gli si vuole offrire la libertà di essere se stesso, attraverso la scrittura e la lettura di lettere personali?

Dal silenzio.

È il silenzio la risposta assordante all’inclinazione umana di giudicare costantemente ciò che entra in contatto con noi.

Ma dopo il silenzio assordante, ne segue uno più confortevole, che diventa la colonna sonora del momento in cui due esseri umani, in due continenti diversi, siedono a due scrivanie di fattura e di misura diverse e scrivono la Vita.

Nel braccio della morte, a scrivere e a leggere la Vita.

Fontepixabay.com
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Francesca Scoccimarro
Da bambina, avevo un grande desiderio: conoscere quanto più possibile del mondo. Libri, documentari, foto e storie di Paesi lontani hanno solo aumentato il mio "appetito". Sono nata ventinove anni fa a Trani, dove ora vivo. La laurea in Cooperazione Internazionale è stata una tappa obbligata dal mio interesse ad annullare i confini ed i viaggi, sia andata che ritorno, sono stati le mie scelte più sagge. Non sono più ufficialmente una bambina, ma ho sempre lo stesso stupore davanti al nuovo. Perché ho ancora quel desiderio e quella fame.

1 COMMENTO

  1. Giuseppe 31 gennaio 2018 at 9:05 am

    Credo profondamente che in questo caso l’attesa è essa stessa più “grave” della morte in sé. Quale silenzio scegliere poi? Il silenzio è ambiguo nel suo esistere: c’è un silenzio che è vita e uno mortifero … che distrugge!!!
    Questo il cruccio.

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